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venerdì 2 dicembre 2016

La rateizzazione della oblazione nel permesso in sanatoria... legittima? Forse no.

Capita talvolta, in attività di sportello con il Pubblico, di essere oggetto di richieste di rateizzazione della "oblazione" per il rilascio del permesso di sanatoria in occasione degli accertamenti di conformità edilizi.

In tali occasioni si richiama il procedimento del permesso di costruire che tale rateizzazione prevede e/o considerazioni sulla eccessiva quantificazione economica che non dovrebbero competere i funzionari tecnici che le norme le devono solo applicare.

Prendendo spunto da una richiesta informale di chiarimento pervenutami a mezzo mail, posto qui la risposta data sperando che possa essere utile:

".... omissis...

Facendo  solo brevi osservazioni preme evidenziare:

1.       Il Permesso di Costruire disciplinato all’art. 10 del D.P.R. 380/01 come titolo autorizzativo per opere a fare e ripreso dalla normativa regionale nella declinazione del suo procedimento istruttorio (artt. 33 e 38 della L.R. 12/05) è un procedimento edilizio diverso ed indipendente dal “permesso di costruire in sanatoria” (opere già eseguite) di cui alla Parte I, Titolo IV, Capo I del D.P.R. 380/01 e termine d’uso comune che riprende nella sola assonanza del nome  l’atto autorizzativo dell’art. 10 e di esclusiva competenza statale;

2.       Il “permesso in sanatoria” (questo il termine invero esatto al di fuori dell’uso comune e utilizzato anche dalle amministrazioni locali) trova la sua esclusiva disciplina nell’art. 36 del DPR 380/01 (“accertamento di conformità”);

3.       I due titoli sono autonomi e diversi tra loro e pertanto non possono automaticamente essere estese modalità di procedimento istruttorio da un procedimento all’altro. Si evidenzia, a titolo esemplificativo e chiarificatore, come nel caso di permesso di costruire viga il “silenzio assenso” (art. 20 comma 8 DPR 380/01), mentre il “permesso in sanatoria” resti uno dei pochi procedimenti in essere per il quale decorsi 60 giorni (termine temporale tra l’altro diverso dal P.d.C.) maturi automaticamente il “silenzio diniego”.

Pertanto non è possibile richiamare e mischiare disposizioni procedimentali di titoli per natura e disciplina diversi tra loro.

Secondariamente, requisito sine qua non ai fini del rilascio del “permesso di sanatoria” (“rilascio” da intendersi non solo come consegna fisica, bensì come emanazione e formazione del titolo) è l’avvenuto pagamento della oblazione (vedi art. 36 comma 2 del DPR 380/01). E’ pacifico che il permesso in sanatoria attinendo ad un insieme di opere (non potendosi espletare un artificioso frazionamento dell’intervento ai fini di una sua più conveniente classificazione per il Privato) necessita per il suo rilascio della avvenuta  totale corresponsione dell’importo di oblazione.

Pertanto l’avvenuto integrale pagamento legittima il rilascio del titolo sanante.

Non si esclude che qualche amministrazione locale abbia normato a livello regolamentare e in modo -  a giudizio dello scrivente -  non conforme alla normativa, la possibilità di rateizzazione anche del “permesso in sanatoria”, cosa non avvenuta nel Comune di XXXXXX, emanando (quindi e di fatto) titoli invero non legittimi in quanto attestanti l’avvenuta regolarizzazione degli abusi in assenza della sopra descritta condizione al rilascio della sanatoria.


Si ricorda altresì come il mancato pagamento dell’oblazione nei termini indicati nell’avviso, per quanto sopra, determini il mantenimento dell’abuso, con il conseguente rigetto della domanda di sanatoria e la riattivazione dei poteri sanzionatori anche a carattere repressivo in capo alla amministrazione competente ai sensi dei seguenti articoli da declinarsi in base alla tipologia degli interventi difformi realizzati:

·         DPR 380/01 – art. 37, comma 1;

·         DPR 380/01 – art. 31, comma 2;

·         DPR 380/01 – art. 33, comma 1;

·         DPR 380/01 – art. 34, comma 1;

·         DPR 380/01 – art. 35, comma 1;



Si ricorda che l’istanza di sanatoria è una possibilità data al Cittadino al fine di regolarizzare opere abusive dallo stesso realizzate o di proprietà del medesimo che può trovare applicazione in due casi:

1.       A seguito di ordinanza di demolizione, poiché il Legislatore ha dato la possibilità di regolarizzare abusi, purché dotati della “doppia conformità urbanistica” e non denunciati per non inveire eccessivamente sull’autore degli abusi e, soprattutto, sugli attuali proprietari a volte anche inconsapevoli, onde evitare che opere demolite e sanzionate debbano/possano poi essere ricostruite con le medesime fattezze;

2.       In modalità spontanea, quale anche autodenuncia, per i motivi più disparati, ove l’abuso non sia ancora noto alla Pubblica Amministrazione, e quindi nell’interesse del Privato (es. regolarizzazione per compravendita), con l’effetto di congelare momentaneamente l’attività sanzionatoria e repressiva della P.A. fino alla definizione del procedimento sanante.

Trattandosi di eventualità concessa rispetto a sanzioni ben più gravose (demolizione) si ritiene che il Legislatore non si sia addentrato su considerazioni di "convenienza economica" e "gravosità" della sanzione applicata che, tra l’altro, in quanto sanzione è calibrata sul consueto raddoppio dell’onere dovuto rispetto alle medesime opere realizzate in conformità alla disciplina vigente.

... omissis"

venerdì 25 novembre 2016

ONEROSA O NON ONEROSA? LA RISTRUTTURAZIONE: QUANDO LA GIURISPRUDENZA RISCRIVE LA LEGGE E QUANDO UNA EVENTUALE SENTENZA NEGATIVA POTREBBE ESSERE IN UN CERTO MODO UTILE


Con il passare del tempo si sta via via consolidando un particolare orientamento giurisprudenziale che di fatto rende non più onerose le opere edili classificabili come ristrutturazione edilizia ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. d) del D.P.R. 380/01 (almeno per quanto riguarda gli oneri di urbanizzazione primaria e quelli di urbanizzazione secondaria, quali componenti del “contributo di costruzione”), salvo rare eccezioni che si contano su poche dita di una mano.
A giudizio dello scrivente è possibile che a seguito della evoluzione normativa (ma forse sarebbe meglio parlare di “involuzione”) le interpretazioni dei tribunali amministrativi abbiano sconfinato nella modifica, se non addirittura nel ribaltamento delle effettive previsioni del legislatore.
Oltre alla logica declinata in lingua italiana, che nel caso di specie sembrerebbe in modo quasi paradossale quasi limpida, per capire il dettato normativo bisognerebbe contestualizzare le disposizioni nel periodo storico di emanazione. Va infatti ricordato che nell'anno di pubblicazione della legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 , Legge per il governo del territorio (di seguito “L.R. 12/05) era ormai consolidato un orientamento giurisprudenziale secondo il quale le “opere di ristrutturazione edilizia” dovevano essere distinte in pesanti” e “leggere”. Questa necessità derivava con molta probabilità dalla auspicabile separazione tra gli interventi che effettivamente portavano ad un edificio sostanzialmente “diverso dal precedente”, dalle altre opere di semplice modifica del prospetto (come ad esempio la trasformazione dei prospetti mediante ampliamento delle finestre in porta-finestra), che certa giurisprudenza ricollocava comunque nell'ambito della ristrutturazione edilizia.
Appare ancor oggi come nel secondo caso, statisticamente meno rilevante, fosse inopportuno accollare sul Privato un contributo di costruzione, ancorché già ridotto rispetto agli interventi di nuova costruzione.
Pertanto, in tale contesto, la L.R. 12/05 con il suo art. 43 (contributo di costruzione), comma 1, disponeva:
I titoli abilitativi per interventi di nuova costruzione, ampliamento di edifici esistenti e ristrutturazione edilizia sono soggetti alla corresponsione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, nonché del contributo sul costo di costruzione, in relazione alle destinazioni funzionali degli interventi stessi.
Di seguito il successivo art. 44 al comma 8 precisa(va) che “per gli interventi di ristrutturazione non comportanti demolizione e ricostruzione... gli oneri di urbanizzazione, se dovuti, sono riferiti...”.
Ora è evidente, per quanto sopra ed in ragione della struttura logica e linguistica della disposizione nonché del momento storico di emanazione della norma, che le opere in ristrutturazione sono (erano?) generalmente onerose, salvo alcuni casi (ristrutturazione leggera).
Purtroppo è probabile che con l'ampliamento indiscriminato dell'ambito di classificazione della ristrutturazione edilizia, in linea con il progressivo smantellamento di quell'equilibrio normativo - ancorché imperfetto - che era stato ottenuto con il testo unico dell'edilizia, le elucubrazioni quasi filosofiche dei giuristi sono diventate via via più sofisticate tirando in causa il principio del “carico urbanistico” in un modo, tra l'altro, abbastanza imperfetto, come si vedrà alla fine di questo articolo.
Attraverso il concetto di “carico urbanistico”, di fatto, gran parte degli interventi fino ad allora considerati “pesanti” sono stati ricondotti alla “ristrutturazione leggera”, con i ben noti effetti sull'azione amministrativa quali incertezza, contenziosi e possibili problemi di bilancio dell'Ente.
E' altresì evidente come dietro alla indotta ipertrofia dell'ambito di applicazione della ristrutturazione edilizia vi siano sempre stati interessi economici precisi e non ci si è nemmeno meravigliati quando la Regione Lombardia, dopo una frebbricitante e quasi arrogante attività legislativa, volta a stravolgere l'art. 3 del Decreto Presidenziale e i relativi limiti sulla “sagoma”, davanti all'ostacolo oramai insormontabile della Corte Costituzionale (sentenza 309 del 23/11/2011) concretizzatosi al termine dei continui “stop” dei vari tribunali amministrativi, ha semplicemente atteso che il Governo Letta modificasse la norma statale ricalcando i propri desiderata (vedi art. 30, comma1, lettera a), Legge n° 98 del 2013).
In forza di questo enorme potenziamento della “ristrutturazione edilizia” e della contestuale sfumatura dei suoi confini chiaramente delineati a suo tempo dai legislatori nazionale e regionale, il famigerato “carico urbanistico”, quale elemento discriminante di onerosità, si è via via concretizzato in un prevalente orientamento giurisprudenziale che, di fatto, ha riscritto a suo modo la norma, sostituendo il particolare al generale e il generico al dettaglio.
Valutando l'intervento in base al “carico urbanistico”, a pensarci bene, la ristrutturazione edilizia risulterebbe onerosa in pochissimi casi, ad esempio:
  1. ampliamento di S.L.P. e solo all'interno della sagoma (esempio: nuovo piano intermedio in capannone industriale o soppalco residenziale abitabile); infatti gli ampliamenti esterni (se non irrisori) ricadono tra gli interventi di nuova costruzione per espressa previsione della lettera e) delle norme sopra citate;
  2. frazionamento di immobile con conseguente incremento del carico urbanistico (esempio: un capannone suddiviso in lotti funzionalmente autonomi e indipendenti per micro attività o la realizzazione di mini appartamenti da u.i. di ampie dimensioni – vedi C.d.S. 2838 del 17/05/2012 e TAR Lombardia 2391 del 30/10/2013);
Siamo addirittura arrivati al punto in cui i Giudici Piemontesi, in questa specie di “gara al ribasso” hanno stabilito che la “demolizione e ricostruzione” con il solo mantenimento del volume preesistente non incide sul carico urbanistico e pertanto è gratuita (!) (ad esempio: sentenza del 13 dicembre 2013, n. 1346).
E' evidente che per avvalorare la tesi attualmente sostenuta dai Tribunali la normativa avrebbe dovuto invero essere scritta nella seguente formula, diametralmente ribaltata:
I titoli abilitativi per interventi di nuova costruzione, ampliamento di edifici esistenti e ristrutturazione edilizia incidente sul carico urbanistico sono soggetti alla corresponsione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, nonché del contributo sul costo di costruzione, in relazione alle destinazioni funzionali degli interventi stessi.”...per gli interventi di ristrutturazione non comportanti demolizione e ricostruzione... gli oneri di urbanizzazione non sono dovuti, se non incidenti sul carico urbanistico, e sono riferiti...”.

Tuttavia la rigida lettura ricollegata al “carico urbanistico” si auto-cortocircuita da sé laddove la Giurisprudenza attribuisce, ad esempio, una onerosità diffusa, ancorché in regime ridotto, all'intero intervento edilizio, sebbene l'incidenza urbanistica risulti determinata da una sola componente di quell'insieme di opere che porta ad un edificio in parte diverso dall'esistente. Basta quindi la presenza di una incidenza urbanistica parziale nell'intervento in progetto per legittimare l'attribuzione degli oneri tabellari all'intero immobile (fatta salva la possibilità in Lombardia di utilizzare il volume virtuale e la superficie virtuale derivanti dal computo metrico estimativo).
Per fare un esempio pratico ricadrebbe nella “ristrutturazione pesante onerosa” l'ampliamento di SLP all'interno della sagoma ed altre opere interne di diversa distribuzione in un capannone per il quale gli oneri tabellari dovrebbero essere applicati all'intera unità immobiliare interessata.
Ma se poi quello che conta è il carico urbanistico in ragione del principio di compartecipazione del Privato ai costi delle opere di urbanizzazione a servizio della Collettività, perché mail la S.L.P. aggiunta (es. un nuovo appartamento, con nuovi utenti e relativa esigenza di implementazione dei servizi per il nuovo nucleo familiare) dovrebbe godere di uno “sconto” al 60% riversando sulla Collettività il costo del rimanente 40%?
Allora, se si vuole seguire coerentemente la logica abbracciata si dovrebbe affermare che per gli interventi di ristrutturazione edilizia è dovuto il contributo di costruzione in forma piena e senza le previste riduzioni, quantificato però in base ai soli metri quadri di S.L.P. aggiunta o metri cubi di Volume incrementato. Ovviamente, per quanto limpidamente coerente, ciò evidenzierebbe in modo incontrovertibile la deformazione data al disposto normativo e la riscrittura per sentenze della Legge.
Resta poi un altro aspetto molto delicato che, di fatto, è uno dei nervi scoperti della L.R. 12/05.
Partendo dal presupposto che gli oneri di urbanizzazione sono strettamente connessi ad opere “a fare” e di “dotazione” necessarie per il vivere civile e sociale della Cittadinanza, escludendo di fatto una possibile contribuzione a fini “manutentivi” delle urbanizzazioni esistenti, preme evidenziare due aspetti che possono stimolare ulteriori livelli di riflessione:
  1. E' oramai orientamento giurisprudenziale granitico l'assoggettamento alla corresponsione secondo i valori tabellari dell'Ente nel caso di interventi di nuova costruzione, anche per titolo diretto, in assenza di pianificazione e ancorché ricadenti nel tessuto consolidato già sufficientemente dotato di infrastrutture e servizi. Quindi il principio di compartecipazione alla spesa delle opere riconnesse all'immobile di proprietà si estende ad un rapporto più generalizzato che abbraccia la Collettività e non il caso singolo;
  2. Non pare eticamente assurdo e riprovevole pensare che in caso di un intervento edilizio economicamente significativo - eccedente la manutenzione straordinaria e gli altri interventi a carattere conservativo - il Privato possa partecipare, in percentuale sensibilmente ridotta (40%), ai costi di mantenimento in efficienza e di necessaria implementazione di opere e servizi; penso ad esempio, all'incremento demografico e ai conseguenti aumenti di “portata”, delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.
Ovviamente qualcuno dirà che il secondo punto travisa la natura degli oneri urbanistici e sconfinerebbe inevitabilmente nell'eccesso di potere vessatorio della Pubblica Amministrazione nei confronti dei soggetti Privati in quanto le “opere a manutenere” non possono essere ricollegate agli oneri urbanistici. Perfetto! 
Allora, in nome della necessaria coerenza e della corretta azione amministrativa qualche tribunale dovrebbe finalmente sottoporre al vaglio del Giudice Costituzionale la legittimità della particolare previsione lombarda che all'art. 73 della L.R. 12/05, esautorando in parte i poteri decisori dei Comuni, ha obbligato quest'ultimi a destinare una quota degli oneri di urbanizzazione secondaria (8%) al finanziamento di attrezzature religiose e, guarda guarda, anche e principalmente per opere di... indovinate? Ma certo! …. opere di manutenzione edilizia degli edifici di culto esistenti. Quindi in uno Stato (ancora) laico gli Enti di culto possono godere di una deroga mai scritta, mentre i Comuni non possono utilizzare allo stesso modo la rimanente quota di fondi non forzosamente sottratti ?
A fronte di quanto sopra descritto e della relativa area di incertezza nella quale gli organi politici, ma soprattutto i funzionari pubblici, devono muoversi con cautela, non bisogna infine dimenticarsi di altri pericoli e criticità che ben conosciamo.
Il primo, immagino pienamente condiviso tra parte politica e parte tecnica, riguarda gli effetti del nuovo regime di gratuità della ristrutturazione edilizia sui bilanci dei Comuni. In questo periodo di crisi economica, in presenza di una asfittica attività edilizia e di necessità pressante di riduzione del consumo del suolo, le opere di ristrutturazione sono quelle che spesso danno un po' di ossigeno al bilancio dell'ente.
Il secondo riguarda la principale fonte di preoccupazione dei funzionari e degli organi politici della P.A., ossia la Magistratura Contabile. Spesso però il terrore per la Corte dei Conti non deriva da conduzioni poco limpide della cosa pubblica, ma dalla non univocità delle sentenze dai toni quasi apocalittici, ma anche dagli esiti delle stesse tra loro diametralmente opposti, nonché dalla già sperimentata opposta visione delle diverse magistrature (contabile – amministrativa) sulle medesime problematiche, tutti elementi che, di fatto, paralizzano l'azione amministrativa.
Quindi, per tirare le somme, si può dire che davanti alla possibile necessità di doversi giustificare per un mancato incasso e per aver, a mio avviso, discrezionalmente abbracciato un orientamento giurisprudenziale (che non “fa” mai “legge”, ma soprattutto non dovrebbe riscriverla), l'aver anche perso un ricorso di secondo grado in merito alla problematica qui trattata costituisce giustificherebbe appieno la resa al nuovo regime economico imposto e, soprattutto, il mancato introito nelle casse del Comune.
Del resto i benefici economici derivanti dagli interventi di ristrutturazione giustificano sempre una prima opposizione in sede di giudizio (anche di secondo grado) e nel frattempo si può preparare una bella cornice da installare dietro alla scrivania, perché anche in caso di una debacle, la sentenza lì inserita attesterà che tutto quello che si poteva fare è stato fatto, soprattutto nell'interesse della Cittadinanza che usufruisce di opere e servizi grazie proprio a quegli oneri.



giovedì 25 agosto 2016

La sanzione di mancata fine lavori e collaudo anche per la SCIA?

In regime di DIA, al completamento delle opere, fin dal 2004 è sempre stato previsto l’obbligo per il progettista (o altro tecnico incaricato) di depositare il collaudo finale e la documentazione di rito prevista dalla normativa vigente (es. comunicazione di fine lavori, variazione catastale, APE, Db topografico).

L’art. 23 (L-R), comma 7 del D.P.R. 380/01, disapplicato in Lombardia per l’art. 103, comma 1 della L.R. 12/05, è stato di fatto pienamente riconfermato dalla norma regionale al comma 14 dell’art. 42, la quale ha anche aggiunto la previsione dell’Attestato di Prestazione Energetica e degli elaborati di aggiornamento del database topografico.

Entrambe le disposizioni hanno sempre previsto una sanzione per il mancato deposito della fine lavori e della documentazione prevista agli articoli sopra menzionati. La locuzione “in assenza di tale documentazione” lascia presupporre che sia sanzionabile l’omissione anche di uno solo dei documenti obbligatori previsti dalla specifica disciplina.

La sanzione viene comminata al progettista-direttore dei lavori che nella DIA era previsto come figura unica, ancorché negli effettivi depositi delle pratiche non mancano casi di sdoppiamento dei ruoli.
In tali frangenti si ritiene che la sanzione possa essere irrogata in solido, perché se da un lato la norma richiama espressamente la figura del progettista, è dall’altro pacifico che la verifica dell’ultimazione dei lavori e il collaudo finale spetti più propriamente al direttore lavori. Questo problema, come già evidenziato, emerge solo in caso di "sdoppiamento" del tecnico.

La sanzione è quantificata in misura fissa pari a € 516,00.

Sembrerebbe che molte amministrazioni disapplichino la norma rischiando, a giudizio dello scrivente, di incorrere in mancati incassi e quel che ne segue, oltre a non dar seguito ad una specifica disposizione di legge.

Il problema si manifesta solitamente allo scadere dei termini di validità del titolo, decorsi cioè tre anni dalla comunicazione di inizio lavori, quando solitamente le pratiche vengono spostate dagli uffici tecnici all’archivio centrale dell’Ente.

L’assenza della comunicazione di fine lavori potrebbe però essere dovuta anche ad altre cause (che invero sarebbe sempre opportuno comunicare preventivamente al Comune) quali, ad esempio:

  • mancata esecuzione effettiva di tutti i lavori (per volontà del committente, fallimento ditta, problemi economici, ecc.). In questi frangenti manca solitamente anche la comunicazione di inizio lavori e di fatto la pratica risulterebbe già inefficace al passare della prima annualità dalla formazione del titolo;
  • mancato completamento dei lavori, motivo per il quale le opere di completamento sarebbero assoggettate a successivo titolo edilizio calibrato sulla classificazione delle stesse. E’ pacifico che in tale caso non sarebbe possibile al professionista privato rilasciare il collaudo amministrativo e l’asseverazione di corretta esecuzione delle opere in progetto;
  • avvenuta remissione dell’incarico del progettista/direttore lavori che avrebbe dovuto però essere stata prontamente comunicata al Comune.

Per tale motivo si suggerisce, prima di applicare la sanzione del comma 14, di inviare una comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 e seguenti ex  L. 241/1990 con la quale invitare, in ragione di un rapporto di leale collaborazione tra l’ente e i Cittadini/Professionisti, a presentare osservazioni o eventuali documenti che permettano di definire l'effettiva situazione.

Per quanto riguarda poi l’applicazione della sanzione anche al nuovo regime di SCIA - che ha integralmente sostituito la DIA ex art. 22, commi 1 e 2 – occorre approfondire la problematica sotto un profilo logico ed uno strettamente normativo, per cercare di fare chiarezza all’interno di una tra le più pasticciate ed indigeste disposizioni normative.

Per il primo aspetto è pacifico che interventi edilizi, anche di impatto significativo, assentiti con un procedimento a valenza autocertificativa, non possano avere una validità a tempo indeterminato, non possano inoltre rimanere privi di una fine lavori e di un collaudo amministrativo della conformità rispetto a quanto assentito con il progetto a suo tempo depositato.

Per il secondo aspetto, chi scrive era tra quelli che sostenevano la non applicabilità della SCIA alla DIA edilizia, in sostituzione di quest'ultima, in ragione della sua attinenza alla Dichiarazione di Inizio Attività [Produttiva] – DIA(P) e della natura di legge speciale del D.P.R. 380/01 nel quale l’acronimo DIA indicava una Denuncia di Inizio Attività [Edilizia].

Non si condivideva, proprio per quanto sopra, nemmeno la circolare del Ministero della Semplificazione del 16/09/2010 che affermava:

In primo luogo, assume rilievo l’argomento letterale, giacché, ai sensi del comma 4 – ter dell’articolo 49 della legge n. 122 del 2010, le espressioni “segnalazione certificata di inizio attività” e “Scia” sostituiscono, rispettivamente, quelle di “dichiarazione di inizio attività” e “Dia”, “ovunque ricorrano anche come parte di un’espressione più ampia”, sia nelle normative statali che in quelle regionali. Il medesimo comma stabilisce, altresì, che la disciplina della Scia contenuta nel novellato articolo 19 della legge n. 241 del 1990 “sostituisce direttamente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, quella della dichiarazione di inizio attività recata da ogni normativa statale e regionale”.

Tuttavia, col decorrere del tempo la nostra interpretazione, condivisa anche da giuristi e avvocati di rilievo, ha acquisito una posizione sempre più minoritaria, nella nevrotica spinta verso una finta semplificazione basata su tempi ridotti, ma priva di certezze.

Su tale fronte erano stati emanati il comunicato della Direzione Generale Territorio regionale del 08/10/10,  la Circolare regionale 21 marzo 2011, n. 3 e il D.L. n° 70 del 13/05/2011 convertito nella L. 106 del 12/07/2011, che equiparavano nella sostanza la “dichiarazione” alla “denuncia” e legittimavano l’estensione dell’ambito di applicazione della SCIA all’edilizia in sostituzione del previgente regime di DIA.

La Corte Costituzionale ha posto sulla questione una pietra tombale, con un colpo di scena, con la sentenza n° 164 del 27/06/2012, sancendo di fatto l’equivalenza della DIA(P)  con la DIA(E) nella loro sostituzione con la SCIA e quindi legittimando le previsioni in senso esteso della L. 122/2010 secondo le quali in ogni normativa statale e/o regionale ove è scritto DIA si deve intendere SCIA, salvo ovviamente le specifiche previsioni di dettaglio disciplinate all’art. 19 della L. 241/1990. Tale sentenza ha anche confermato l’incomprensibile riduzione dei tempi istruttori per le attività edilizie (da 60 a 30 gg.) come se avviare una cartoleria fosse più complesso che ristrutturare una villetta.

Per tale ragione, fatta salva l’applicazione dell’art. 19, comma 3 della L. 241/1990, la SCIA edilizia, per tutti i rimanenti aspetti, anche procedurali, segue la previgente disciplina della DIA, con i risvolti e le conseguenze anche in caso di mancata comunicazione della fine dei lavori e mancato deposito della prevista documentazione di corredo.

Appare quindi legittimo, salvo eventuali futuri divergenti orientamenti giurisprudenziali, applicare anche per la SCIA l’art. 42, comma 14 della L.R. 12/05, oltre ad assegnare alla stessa una durata di anni tre dalla formazione del titolo, generalmente coincidente con l’atto di deposito (fatte salve altre pasticciate operate nei modelli “unificati”).

lunedì 15 agosto 2016

L'Agenzia delle Entrate torna all'attacco e fa la voce grossa con i Comuni



A Ottobre del 2013 avevo già espresso alcune perplessità sul protocollo d'intesa che l'Agenzia delle Entrate aveva inviato a tutti i Comuni Lombardi ai fini della sua sottoscrizione e con il quale ci si impegnava a versare fino al 50% degli importi introiettati sul bilancio comunale come sanzioni ai sensi degli articoli 31-37 del D.P.R. 380/01. Il post lo trovate qui. 
In questi giorni è pervenuto a molti Comuni un sollecito "minaccioso", giustificato probabilmente dallo scarso seguito ottenuto col primo invito.
Probabilmente gli Enti locali non avevano visto di buon occhio il vedersi sottrarre la metà delle sanzioni riscosse (che in questo periodo di "vacche magre" non fanno di certo schifo), anche perché non era e non è ancora chiaro quali risvolti possano avere nella giurisprudenza contabile queste modalità di autonomo parziale trasferimento degli incassi di spettanza comunale (perché così è scritto del Testo Unico), all'Agenzia per lo svolgimento di una attività che invero spetterebbe ad essa per esplicita previsione normativa.
Come già annotato in calce al primo intervento, la Corte dei Conti della Regione Lombardia si è abilmente "sfilata" con il suo parere n° 201 del 08/05/2013, lasciando i Comuni nella piena incertezza.
La comunicazione 22078/16 del 27/07/2016 inviata a molti Comuni della Provincia di Milano e di Monza Brianza (n.d.r. esistono ancora le Province?) ha un incipit tonante: "Il Consiglio di Stato, con le sentenze n° 3512/2013 e 3514/2013 ha riconosciuto l'obbligatorietà dei Comuni del rimborso dei costi sostenuti dall'Agenzia delle Entrate per le valutazione" (ehm!) "relative ad illeciti edilizi". Per carità la cosa non sarebbe poi così male... con una sentenza del C.d.S. in mano (anzi addirittura due!) qualsiasi funzionario si sentirebbe un po' più rassicurato nel dar seguito ai desiderata della Agenzia, senza il sacro timore di poter incorrere nelle pene inflitte dalla Corte dei Conti (anche se non sempre si è mostrata in linea con l'orientamento dei tribunali amministrativi).
Se però qualcuno avesse la cortesia di linkarci le sentenze ne saremmo grati. 
Sì, perché a seguito di questo anatema in premessa sarebbe stato opportuno almeno allegare le citate sentenze che, probabilmente per nostra imperizia, non siamo riusciti a recuperare.
Strano è che al numero 3512/2013 si trova un "parere" e non una sentenza, con l'evidente diverso valore dello stesso, anche ai fini delle necessarie rassicurazioni sopra descritte. Non vorremmo quindi pensare male per questa svista e mancata allegazione.
Inoltre, magari anche qui si sbaglia, i "protocolli di intesa" non dovrebbero essere atti d'obbligazione unilaterale come sembra quello che, già predisposto in tutti i dettagli, viene presentato (imposto?) agli Enti chiedendo di firmarlo per accettazione così come è.
Insomma la questione non sembra essere stata ancora risolta in modo limpido e come sempre i funzionari dei Comuni sono lasciati nell'alea dell'incertezza, tra l'incudine e il martello, tra un mero parere del tribunale amministrativo e lo spettro dell'autorità contabile.
Forse fino a quando non vi sarà una sentenza definitiva (che dovrebbe essere citata dall'Agenzia) il dubbio rimarrà.

domenica 31 luglio 2016

Normativa sismica in Lombardia: facciamo il punto per le zone in classe 3... e speriamo bene

In riferimento al trasferimento di funzioni della normativa sismica di cui alla Parte II, Capo IV del D.P.R. 380/01 si erano già espresse notevoli perplessità e preoccupazioni fin già dal mese di ottobre 2014, con l'uscita della prima D.G.R. n° 2129 del 11/10/2014 che, per quanto barcollante, nata zoppa e poi stampellata alla bella meglio, lasciava già chiaramente trapelare il desiderio di trasferire ad altri enti (sempre i soliti) i propri oneri e responsabilità in materia sismica, non a caso a seguito del terremoto dell'Emilia che ha avuto effetti fino alla Bassa Lombardia.
Come prevedibile non c'è stata nessuna rivolta dei Comuni ed anzi, da quanto si legge negli atti regionali, la riforma è andata avanti con l'assenso, la gioia ed il plauso degli organi rappresentativi degli Enti minori e degli Ordini professionali.
Viene anche da chiedersi chi rappresentino costoro, visto che la norma ha sollevato tra tutte le categorie interessate un coro unanime di rabbiose lamentazioni da inferno dantesco. Ma così è, la norma è in vigore, è valida (per ora) e bisogna cercare di sopravvivere a questo ennesimo giogo messo sul collo dei comunelli che senza più risorse, personale, strumenti e competenze devono portare avanti i disegni e i desiderata dei legislatori di turno, sempre pronti ad innovare e a "semplificare" radicalmente i procedimenti consolidati con i benefici effetti noti a tutti.

Per poter fare il punto della situazione e capire dove siamo finiti ho stilato alcuni appunti che metto in rete sperando che possano essere utili a qualcuno, ovviamente sono ben accolte osservazioni e correzioni perché solo così si riesce a migliorare e a districarsi da situazioni sempre più soffocanti.

Era il lontano 2014... 










Con questa Deliberazione della Giunta Regionale:
  • Viene riclassificato il territorio regionale. Mi focalizzerò sugli adempimenti di un comune posto in classe 3;
  • In occasione della prima revisione del Documento di Piano deve essere aggiornata la componente sismica dello studio geologico;
  • La nuova classificazione sismica doveva entrare in vigore dal 14/10/2014.








Con questa successiva deliberazione:
  • Viene deferito al 14/10/2015 l’entrata in vigore della D.G.R. 2129/14;
  • Nel frattempo per le nuove costruzioni dovevano essere garantiti i livelli di sicurezza delle future classi sismiche, ancorché non ancora vigenti. Restavano quindi escluse le ristrutturazioni edilizie e gli interventi minori che rientravano comunque nell’ambito di applicazione delle Norme Tecniche 2008 e forse vi era un dubbio di legittimità nell’imporre calcoli e asseverazioni su parametri di fatto non ancora supportati da una vigente classificazione sismica.








  • Viene deferito al 10/04/2016 l’entrata in vigore della DGR 2129/14;
  • Si parla per la prima volta della struttura tecnica comunale che dovrà gestire le funzioni delegate dalla Regione Lombardia in forza dei “principi fondamentali contenuti nel Capo IV Parte II del D.P.R. 380/01” e della L.R. 1/2000.
    Si deve evidenziare tuttavia come l’art. 3, comma 108, lett. d) della L.R. 1/2000 riguardi laemanazione di direttive e individuazione delle zone sismiche, formazione e aggiornamento degli elenchi delle medesime” che è ben altra cosa rispetto al trasferimento impositivo di funzioni attinenti attività di controllo della pubblica sicurezza espressamente attribuite dallo Stato alle Regioni.
    In merito al D.P.R. 380/01 l’art. 83, comma 3, dispone solo che “le regioni, sentite le province e i comuni interessati, provvedono alla individuazione delle zone dichiarate sismiche agli effetti del presente capo, alla formazione e all’aggiornamento degli elenchi delle medesime zone e dei valori attribuiti ai gradi di sismicità, nel rispetto dei criteri generali di cui al comma 2”, e successivamente attribuisce in modo specifico ed inequivocabile all’ufficio tecnico regionale chiare competenze in merito ai pareri sugli strumenti urbanistici (art. 89) ed in merito al rilascio delle autorizzazioni (art. 90, 93 e 94). Francamente sembrerebbe impossibile ravvisare anche in modo implicito quei paventati “principi fondamentali” in forza dei quali la Regione ha riversato sui Comuni un onere che gli spetterebbe e al quale poteva benissimo assolvere anche in forza di quei profili tecnici che sicuramente mancano negli enti minori, ma sono o devono essere previsti a livello regionale.







  • L’articolo 1 specifica l’oggetto della Legge Regionale e richiama nuovamente i “principi fondamentali” del D.P.R. 380/01. La tirata d’orecchi ricevuta dalla Corte Costituzionale con la sentenza 309/2011 sull’art. 27 della L.R. 12/05 non è servita a molto. Gli articoli 83-92 del Decreto Presidenziale sono contrassegnati dalla lettera (L) e sono dettati normativi precisi a cui ci si dovrebbe attenere e non “principi fondamentali” sui quali si possa ricamare con leggiadria.
  • Art. 2 - come già anticipato il trasferimento ai Comuni delle funzioni in materia sismica pone qualche dubbio di legittimità in quanto non esplicitamente previsto dalla L.R. 1/2000 né rapportabile ai paventati “principi fondamentali” della legge statale.
  • Gli articoli 3 e 4 disciplinano le deleghe alla Giunta Regionale per gli atti successivi e la formazione della struttura tecnica regionale.
  • L’articolo 5 specifica l’ambito di applicazione stabilendo anche quali varianti in corso d’opera debbano essere supportate da una nuova denuncia/autorizzazione;
  • L’articolo 6 dispone  che prima dell’inizio dei lavori debbano  essere depositati allo sportello unico del Comune gli elaborati del progetto (si presuppone sismico/strutturale) che debbono contenere:
    • una dichiarazione del progettista che asseveri:
      • il rispetto delle norme tecniche per le costruzioni;
      • la congruità tra il progetto esecutivo riguardante le strutture e quello architettonico;
      • il rispetto delle eventuali prescrizioni sismiche contenute negli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica;
Nelle zone sismiche non a bassa sismicità entro 5 giorni la documentazione va trasmessa agli uffici competenti al rilascio dell’autorizzazione sismica (la disposizione non vale quindi per i Comuni classificati in zona 3).
Appare evidente il primo cortocircuito con la normativa statale vigente per quanto riguarda l’autorizzazione sismica: che l’autorizzazione sismica ex art. 94 T.U.E. non debba intervenire prima del rilascio del permesso di costruire, ma solamente prima dell’inizio dei lavori, non è più valevole – dal 12/2/2013 (sei mesi dall’entrata in vigore della L. 134/2012, v. art. 13, comma 2-bis del D.L. n. 83/2012) – all’indomani delle modifiche apportate dal legislatore statale all’art. 5 T.U.E. a mezzo dell’art. 13, comma 2, punto 2) del D.L. n. 83/2012. Infatti, il terzo comma del novellato art. 5 T.U.E. stabilisce che l’acquisizione dell’autorizzazione sismica è preliminare al rilascio del permesso di costruire. La modifica legislativa è chiaramente volta tanto ad accertare che l’opera progettata sotto il profilo architettonico sia effettivamente realizzabile (quindi, il progetto architettonico sia eseguibile), quanto ad evitare che vengano depositati agli uffici regionali del Genio Civile progetti strutturali non coerenti con il progetto architettonico.(Cit. Massimo Grisanti – LexAmbiente.it – 14/05/2014).
Quindi per gli interventi assoggettati al rilascio della autorizzazione sismica sarebbe illegittimo il deposito della documentazione prima dell’inizio dei lavori strutturali , ma dopo la maturazione del titolo abilitativo. Ma questo interessa i Comuni ricadenti in Classe 2 (che certamente non invidio).
  • L’articolo 7 prevede che all’atto del deposito lo sportello unico rilasci l’attestazione di avvenuto deposito, specifica questa che non troverebbe corrispondenza nella normativa statale e che impedisce nella pratica un preventivo controllo formale-amministrativo del contenuto. E’ pacifico che l'ufficio addetto al protocollo di un Comune non possa esprimersi sulla regolarità formale-amministrativa dei documenti pervenuti e probabilmente, per superare il problema, gli uffici tecnici potrebbero stabilire specifici orari per il deposito della documentazione sismica, almeno fino a quando la stessa avverrà in modalità cartacea, perché quando entrerà a regime lo specifico modulo MUTA verrà probabilmente attestato in automatico l’avvenuto deposito all'atto stesso della trasmissione, sperando che i promessi sistemi di controllo automatico di compilazione rendano impossibile la trasmissione di documenti scansionati ma poco pertinenti.
  • L’articolo 7 prosegue con la specifica degli adempimenti e responsabilità del direttore dei lavori (si presuppone quello “sismico-strutturale”) e del collaudatore. Sarebbe stato utile una specifica indicazione in merito a quale “direttore dei lavori” si faccia riferimento per eliminare alla radice i soliti rimbalzi di competenza e responsabilità a cui i tecnici comunali sono abituati ad assistere non appena si presenta un minimo problema o una qualche irregolarità amministrativa.
  • Con il comma 1-bis dell’articolo 8 la Regione si libera anche dello specifico adempimento attribuito alla stessa dalla norma statale;
  • In caso di autorizzazione (articolo 8) alla Regione si può chiedere solo un parere, ma i ricorsi per decorrenza dei termini o mancato rilascio sono indirizzati al Comune.
  • Di forte impatto è poi il successivo Articolo 9 – Collaudo poiché dalla interpretazione letterale dello stesso derivano i seguenti adempimenti:
    • qualsiasi intervento soggetto non solo ad autorizzazione, ma anche a semplice “denuncia sismica” è soggetto a collaudo statico finale a prescindere dai materiali utilizzati. Quindi si profilano due scenari:
      • in caso di interventi con opere in cemento armato, normale o precompresso o a struttura metallica il collaudo statico finale farà riferimento sia alla denuncia strutturale che alla denuncia/autorizzazione sismica;
      • in caso di interventi in muratura, legno, ecc. sarà comunque necessario depositare un collaudo finale a verifica della corretta esecuzione delle opere e dei corretti adempimento in materia di sismica.
  • L’articolo 10 trasferisce ai Comuni le competenze in materia di repressione degli illeciti (ed anche qui valgono le perplessità già espresse precedentemente)
  • Il comma 3 dell’articolo 12 dispone: “Tutti coloro che in una zona sismica di nuova classificazione abbiano iniziato e non ancora ultimato una costruzione prima dell'entrata in vigore del provvedimento di classificazione sono tenuti a farne denuncia, entro quindici giorni dall'entrata in vigore del provvedimento stesso, allo sportello unico per l'edilizia, che provvede a trasmetterla agli uffici competenti.” Ora, visto che il provvedimento di riclassificazione è la D.G.R. 2129 del 11/07/2014, per quanto malconcia, traballante e oggetto di continui rinvii come sopra evidenziato, e visto che la congiunzione “e” in italiano è diversa dalla “o”, parrebbe intendere che le attività edilizie legittimamente iniziate prima del 11/07/2014 non siano oggetto della “regolarizzazione” con deposito di denuncia in corso di realizzazione. Le altre sì, con tutti i problemi che gli uffici tecnici ben conoscono (denunce cartacee su moduli per la trasmissione informatizzata privi delle firme autografe, denunce con disegni che evidenziano varianti eseguite non denunciate preventivamente, tavole di riferimento non corrispondenti a quelle già agli atti depositate con le denunce strutturali,ecc. ecc.). Rimanendo però nel campo della bassa sismicità sembrerebbero anche poco comprensibili i chiarimenti dei successivi punti a) e b) del comma 8) se riferiti alla D.G.R. del 11/07/2014 quando cioè le citate disposizioni degli articoli 7 e 8 non erano ancora state emanate. E infine, dato che le D.G.R. parlavano sempre di "nuove costruzioni" come si dovrebbero regolarizzare gli interventi di ristrutturazione non ancora terminati?














Con questa Delibera di Giunta Regionale entra a pieno regime la nuova disciplina regionale, a partire dalla data del 10/04/2016.
  • ALLEGATO A: disciplina la possibilità per i Comuni di gestire gli oneri amministrativi in forma associata. Questa possibilità potrebbe risultare interessante per i territori ad alta sismicità oberati dall’obbligo di rilascio dell’autorizzazione a seguito del trasferimento delle competenze operato dalla Regione;
  • ALLEGATO B:
    • l’autorità competente deve essere individuata all’interno degli uffici comunali (a meno che non vi sia una gestione associata).
    • Per le SOPRAELEVAZIONI in zona 3 è necessario la certificazione il cui rilascio, ai sensi dell’art. 90, comma 2 del D.P.R. 380/01 spettava all’Ufficio Tecnico Regionale. L’allegato “E” contiene l’elenco della documentazione da depositare con l’istanza di certificazione e quindi trattandosi di una domanda è necessario che vi siano una istruttoria e una verifica tecnica ai fini del rilascio della certificazione in merito alla quale è abbastanza probabile che i Comuni non abbiano personale qualificato per svolgerle.
    • Fino alla messa a regime dei canali informatici è possibile trasmettere la documentazione in formato cartaceo, massimo entro un anno (10/04/2017);
    • la DENUNCIA SISMICA (Zona 3) ha le seguenti caratteristiche:
      • E’ presentata al S.U.E. (sportello unico per l’edilizia) con la documentazione prevista all’allegato E;
      • E’ presentata da:
        • titolare o richiedente titolo abilitativo;
        • proprietario dell’immobile
        • professionista incaricato con specifica procura (modulo 5)
    • Poco comprensibile appare la lettura incrociata delle disposizioni che da un lato impongono l’immediata attestazione del deposito da parte del SUE e dall’altro l’obbligo di iniziare i lavori solo dopo aver ottenuto tale attestazione, perché se fosse immediata dovrebbe coincidere più semplicemente con il deposito.
    • La denuncia sismica assorbe quella strutturale di cui all’art. 65 del D.P.R. 380/01 se sottoscritta anche dal costruttore se completa di tutti gli elaborati necessari. Questa disposizione di apparente semplificazione lascia abbastanza perplessi in merito alla legittimità della stessa in quanto va a modificare specifiche disposizioni statali con pericolosi annebbiamenti dei diversi profili di responsabilità anche penale degli attori coinvolti, fondendo due procedimenti previsti ben distinti dalla normativa di rango superiore. Se adottata bisognerà stare molto attenti alla validità della firma (anche digitale) dell’esecutore dei lavori perché su di esso ricadono le sanzioni penali per gli inadempimenti di cui alla Parte II, Capo II del DPR 380/01. Si evidenzia come la procura  non sia estensibile al costruttore che ha specifici obblighi di legge da assolvere e la possibilità di acquisire senza troppi problemi una firma digitale avanzata;
    • Il parere tecnico della Regione è rilasciato obbligatoriamente per le opere dei Comuni e su richiesta per le sole autorizzazioni (resta da verificare se un comune in classe 3 possa richiederlo per le certificazione delle sopraelevazioni, come sotto evidenziato).
    • Il punto 8 attiene ai controlli le cui modalità sono specificate all’allegato H e che rappresentano significative criticità nell’attività degli uffici tecnici come più avanti approfondito.
    • l’allegato si chiude con una prescrizione quasi comica, se non ci fosse da piangere, sul numero delle copie cartacee da depositare: due, nel caso di denuncia sismica semplice, tre se trattasi di denuncia sismica assorbente anche la denuncia strutturale ex art. 65 del D.P.R. 380/01. Peccato che quella terza copia fosse originariamente prevista per la trasmissione all’Ufficio Tecnico Regionale, ma siccome da tempo, come sempre, la Regione aveva già sbolognato la competenza agli uffici comunali, di fatto la terza copia non è già necessaria da anni, quindi questa meticolosa attenzione al mero dettaglio formale quanto inutile di una norma statale liberamente interpretata nella sostanza è abbastanza ridicolo.
  • ALLEGATO C: attiene al sistema informativo che verrà istituito dalla Regione previo un periodo sperimentale durante il quale le pratiche potranno essere presentate sia in modalità cartacea che informatizzata;
  • ALLEGATO D: definisce le varianti in corso d’opera e in quale caso sia necessaria una nuova denuncia sismica e/o nuova autorizzazione. L’elenco è esaustivo ancorché necessita di una certa conoscenza tecnica per la sua comprensione e, soprattutto, applicazione ai singoli casi. Tutto ciò che non è elencato non è soggetto a nuova denuncia.
  • ALLEGATO F: elenca la documentazione necessaria per le istanze e le asseverazioni del professionista da allegare.
  • ALLEGATO G: disciplina il parere tecnico regionale che parrebbe richiedibile anche nelle zone di classe “3” per le certificazioni di sopraelevazione visto che si dice “a discrezione per altre opere”, ma comunque la possibilità non è chiara. Sicuramente i Comuni che non hanno personale competente debbono evidenziarlo nella richiesta del parere tecnico come espressamente riportato nell’allegato. Preme evidenziare come la Regione apra la porta ai contratti temporanei e agli incarichi professionali (dei quali va certificata l’assenza nella richiesta di parere); soluzioni queste facili a prospettarsi che però vanno raccordate con i limiti di spesa, il tetto delle assunzioni e le complesse procedure di selezione del nuovo Codice Contratti.
  • ALLEGATO H: dispone in merito ad un altro aspetto molto critico, ossia in materia di controlli che spettano sia alla Regione sia al Comune.
    • È obbligatoria la comunicazione di avvio del procedimento ai soggetti interessati;
    • E’ possibile in attività di controllo richiedere una sola volta integrazioni;
    • Sono previsti controlli sia sui documenti che in cantiere;
    • Il controllo si deve chiudere in 60 giorni.
    • I controlli possono essere sistematici o a campione a seconda della tipologia dell’edificio come dettagliato nell’allegato stesso;
    • Il controllo a campione viene effettuato a sorteggio con percentuale variabile tra il 5% e il 10% a seconda della classe di intervento (cinque categorie);
    • Il sorteggio è effettuato dal capo ufficio della struttura comunale competente almeno ogni sei mesi e fa riferimento alle pratiche depositate nel semestre precedente.
    • I controlli anche per le zone in classe 3 entrano nel merito delle soluzioni tecniche adottate e dei calcoli eseguiti ed è palese che in mancanza di personale competente si presenti un problema di non facile soluzione! A questo proposito non sembra essere previsto il supporto della Regione ed i Comuni sono lasciati a loro stessi.
    • Entro il 30 giugno e 31 dicembre di ogni anni i Comuni devono comunicare tutti gli interventi autorizzati ai sensi dell’art. 8 della L.R. 33/2015 sui quali a campione secondo precisi indici di priorità la Regione effettuerà le proprie verifiche.
    • Bisogna notare come però al momento non siano previste sanzioni per il mancato controllo e osserverei come le sanzioni applicabili sono ancora quelle del D.P.R. 380/01. In caso di problemi e contenziosi si farà quindi il punto sulla legittimità delle disposizioni lombarde perché i Comuni rei di aver omesso i controlli potranno forse far notare che il gravoso trasferimento di oneri, competenze e responsabilità da parte della Regione forse non era supportato dalla piena legittimità necessaria, forse.
Quindi i piccoli comuni in aree a bassa sismicità  e privi di personale tecnico competente dovranno:
  1. Aprire quanto prima procedure selettive per incarichi esterni per avere il necessario supporto tecnico nelle certificazioni per le sopraelevazioni e per i controlli a campione sulle denunce dei precedenti semestri (con i conseguenti costi da sostenere);
  2. Richiedere nel frattempo alla Regione ove possibile e ove necessario i pareri tecnici;
  3. Riorganizzare il sistema di registrazione e archivio delle denunce poiché mentre la normativa statale divide quella strutturale da quella sismica, la possibilità di "semplificazione" introdotta dalla Regione Lombardia potrebbe provocare qualche problema d'archivio. Sarà opportuno ideare un sistema efficace di rimandi da un registro all'altro;
  4. Monitorare con attenzione e prestare attenzione alle scadenze semestrali per le comunicazioni alla Regione;
  5. tenere a mente che in occasione della prima revisione del Documento di Piano dovrà essere aggiornata la componente sismica dello studio geologico;
  6. incrociare le dita sperando che non ci siano terremoti

Se si pensa che nei comuni medio-piccoli l'attività urbanistico-edilizia (e a volte anche l'ecologia) è gestita in media da due persone ci si rende subito conto come questi ulteriori adempimenti ed incombenze delegate rischino di paralizzare le attività degli uffici.
Negli ultimi mesi tra leggi statali e disposizioni regionali si sono sottoposti gli uffici, ma anche i liberi professionisti, ad uno stress intollerabile ed ingestibile che ha incrementato le tensioni tra gli attori e generato un clima di incertezza e sconforto che di certo non aiuta nessuno. Ma non si vedono miglioramenti in prospettiva (anzi!), ci attendono i decreti di "semplificazione" della Madia! E vai!