Licenza

TUTTI GLI ARTICOLI DEL BLOG SONO RILASCIATI IN LICENZA CREATIVE COMMONS BY-NC-SA 3.0

lunedì 4 settembre 2017

Titoli edilizi dopo MADIA, tanta ansia e così sia!

Questo post sarà un po' anomalo perché non ci metterò del mio (finalmente un intervento non polemico! ☺).
Segnalo un articolo veramente interessante del professor Lorenzotti Fabrizio dell'Università di Camerino nel quale si cerca di ricomporre un quadro comprensibile dei diversi regimi amministrativi in edilizia a seguito del D. Lgs. 222/2016 e, soprattutto, della famigerata "Tabella".
Il documento è decisamente utile per orientare non solo i tecnici comunali, ma soprattutto i Professionisti oramai allo sbando e completamente tramortiti dagli effetti perversi della presunta semplificazione dell'ultimo ventennio. Ne consiglierei pertanto, se condiviso nel suo contenuto, la massima diffusione anche attraverso newsletter se in uso presso l'amministrazione di appartenenza.

Focalizzo l'attenzione su alcuni punti interessanti:

  • anche se la TABELLA A ha valore di legge, la stessa, ove in contrasto con le disposizioni del DPR 380/01 (lex specialis) perderebbe i propri effetti normativi, non fosse altro perché la stessa avrebbe la funzione di "spiegare" il dettato normativo principale e non di abrogarne le disposizioni. Ovviamente non mancano contrasti tra i dispositivi come ben dettagliato nell'articolo.
  • per la stessa logica la disciplina della SCIA del DPR 380/01 prevale sulle disposizioni generali della L. 241/1990.
  • lo spostamento delle attività residuali dall'art. 22 all'art. 6-bis comma 1 (CILA) crea pericolosi spazi interpretativi nei quali i redattori della Tabella hanno fatto scivoloni non indifferenti (come ad esempio assoggettando alla CILA i movimenti di terra non riconnessi ad attività agro-silvo-pastorale) che non trovano alcun appiglio né in Giurisprudenza, né nella normativa primaria.
Avrei invero gradito un approfondimento più critico sulla "SCIA in sanatoria" (che non trova i presupposti del D.P.R. 380/01 e che in ragione dell'attività di accertamento di conformità, anche ai tempi della DIA, era stata ricondotta ad una autorizzazione esplicita del Comune non riconducibile a procedimenti a valenza autocertificativa) ed alla necessaria ricomposizione della disciplina della SCIA ex art. 22 che a seguito della riscrittura dei previgenti artt. 22 (DIA e superDIA definizione) e 23 (procedimento delle DIA) è rimasta orfana delle indicazioni di procedimento rimaste all'art. 23 oggi pertinente alla sola superSCIA.

Ma qui ci penso io... con un po' di necessaria polemica, ovvio, prossimamente!    




mercoledì 9 agosto 2017

Ancora un po' e si torna online... sto arrivando

Devo ammettere che non è stato un bel periodo e lo scoraggiamento ha preso il sopravvento schiacciandomi sotto badilate di rassegnazione (oltre ad altri problemi personali che, ovviamente non sto qui ad elencare).
Dopo aver cercato di resistere agli orrori normativi dei diversi governi statali e allo splatter regionale, la tentazione di mollare la spugna è davvero forte.
Oramai l'impalcatura logica di un sistema normativo faticosamente calibrato è stata minata pezzo dopo pezzo: tutto è caos, la legge viene modificata con "modelli unificati", i procedimenti edilizi sono inventati di sana pianta (senza il necessario supporto normativo) e l'auspicabile certezza è oramai un lontano miraggio, sia nella ricerca di serenità da parte di quei tecnici comunali che conservano ancora una dimensione etica del proprio lavoro e cercano solo di farlo nel migliore dei modi possibili, sia per qualsiasi investitore che avrebbe bisogno invero di certezze e non di velocità impossibili su bolidi autocertificati, lanciati contro il muro, senza adeguato sistema frenante.
Voler far andare avanti il carrozzone della P.A. è evidentemente impossibile perché tutto è sabotato a qualsiasi livello: dall'alto da norme di "semplificazione" che servono solo a creare confusione per legittimare interessi di qualche lobby, dal basso da troppi dipendenti che vivono su Alpha Centauri, dove le colline sono di bambagia  e gli occhi sono perfetti per vedere le pecche degli altri, ma gli specchi sono vietati; da destra da Cittadini sempre più incattiviti e allevati nelle arene 2.0 dei social e delle tastiere e da sinistra da tristi politici locali (connotati con il plurale di "tristo"),  più attenti a compiacere qualche amichetto che non è riuscito a "far passare" la propria furbata, piuttosto che a leggere le carte e a capire effettivamente il procedimento istruttorio incriminato (cosa che non dovrebbe nemmeno essere di loro competenza).
Bisognerebbe trovare la famosa foglia che servì al maestro zen a salvare lo scorpione senza essere punto, trovare una centratura etica che permetta di andare avanti nell'assoluta indifferenza rispetto a quello che accade attorno, impermeabili alle pressioni di ogni genere qualora sicuri del proprio corretto operato. Ma non è così semplice.
E mentre cerco di recuperare un po' di forze per affrontare gli ultimi orrori (tabelle decreti Madia, modulistiche unificate, SCIA in sanatoria, tanaliberatutti ante 1942, sanzioni semi-anticipate con integrazioni, respirare radon in splendidi seminterrati umidi, consumo di suole e di suolo, ecc.) rileggo la storiella zen che male non fa.
...
Un maestro zen vide uno scorpione che stava annegando e decise di aiutarlo e sollevarlo dall’acqua. Ma, quando lo fece, lo scorpione sentendosi minacciato lo punse. Sentendo il colpo secco della puntura, il maestro mollò la presa e lo scorpione cadde ancora in acqua. Ancora una volta il monaco lo sollevò ed ancora una volta lo scorpione lo punse.
Un discepolo dopo aver osservato la scena, interrogò il maestro sul perché della sua ostinazione. Il maestro rispose così: la natura dello scorpione è di pungere, ma questo non modificherà la mia che è quella di prestargli soccorso e di aiutare.”

Detto questo, il maestro ragionò sul da farsi e con l’aiuto di una foglia riuscì a salvare lo scorpione senza essere nuovamente punto e continuò rivolto al suo discepolo: non cambiare la tua natura in risposta al male che ti viene inferto, sii solo accorto. Spesso chi aiuti non ti sarà grato, ma non per questo devi rinunciare all’amore e alla compassione che sono in te. Alcuni inseguono la felicità, altri la raggiungono donandola. Occupati solo della tua coscienza e non di ciò che la gente dice di te, perché solo la tua coscienza è ciò che tu realmente sei, la reputazione è ciò che gli altri credono tu sia.”



domenica 5 febbraio 2017

Termo-valvole e quota rinnovabili: lo Stato "semplifica", la Regione rimarca la sua "eccellenza"

Con il Decreto Legislativo 244/2016, così detto mille proroghe (atto normativa tipicamente italiota ad immancabile scadenza annuale), lo Stato ha previsto proroghe del termine ultimo per l'installazione delle"termo-valvole" (ove obbligatorio) e della data di prevista per l'ulteriore maggiorazione delle quote di energia rinnovabili (ex D.Lgs. n. 28/2011, allegato 3).

Immancabile anche la precisazione della Regione Lombardia, che ci tiene sempre a distinguersi ed andare per la sua strada o ad imporre le proprie piattaforme informatiche, e infatti sul sito CENED questa ha voluto precisare come, in presenza di specifiche norme regionali, non sia applicabile la proroga per le termo-valvole sul territorio lombardo.
Per quanto riguarda invece le quote di energia rinnovabili lo sfoggio di burocratese e l'ennesimo ingarbugliamento di questi paladini della semplificazione è tragicamente comico:
"Per quanto riguarda la proroga prevista dall'art. 12, comma 2, del DL 244/2016 (relativo all'obbligo di copertura da fonti rinnovabili), si fa presente che la stessa vale unicamente nei casi di ristrutturazione di edifici con superficie utile superiore a 1.000 mq che non ricadono anche nella definizione di ristrutturazione importante di primo livello, indicata al punto 63 dell'allegato A al Decreto regionale 6480/2015."

Di fatto, come specifica ANCE-Bergamo nella sua circolare n° 21/2017, "la  Regione  ribadisce l’obbligo  per  gli  interventi  di nuova costruzione o di grandi ristrutturazioni delle quote di produzione di energia da fonti rinnovabili,  già  in  vigore  in  Lombardia  dal  gennaio  del  2016 (spostate,  a  livello nazionale, al gennaio 2018)*, precisando che tale proroga è valida in Lombardia solo per le ristrutturazioni rilevanti (così come definite dal D.Lgs. 28/2011, articolo 2, comma 1, lettera m) che non ricadano nella definizione di ristrutturazione importante di primo livello, ai sensi della disciplina regionale in materia di efficienza  energetica degli edifici. Si  precisa  che  per  gli  interventi  di  ristrutturazione  importante  di  secondo  livello continua a non sussistere tale obbligo"
Chiaro no? Ottima semplificazione!
Ma se con i tre decreti 2016 lo Stato aveva richiesto e (teoricamente) imposto la massima uniformità delle procedure, delle modalità di calcolo e delle discipline in materia energetica, perché si continua ad andare per la propria strada?
Meno chiarezza, più burocrazia, più costi per la realizzazione degli interventi, più incertezza nella redazione dei progetti, maggiori tensioni tra tecnici, privati e pubblica amministrazione. A che pro?

* perché noi siamo sempre l'eccellenza e quindi la nostra edilizia finisce anche per costare di più rispetto al resto del territorio nazionale e quindi rende più difficoltosi gli investimenti. Bravi! Proprio il momento adatto!

venerdì 2 dicembre 2016

La rateizzazione della oblazione nel permesso in sanatoria... legittima? Forse no.

Capita talvolta, in attività di sportello con il Pubblico, di essere oggetto di richieste di rateizzazione della "oblazione" per il rilascio del permesso di sanatoria in occasione degli accertamenti di conformità edilizi.

In tali occasioni si richiama il procedimento del permesso di costruire che tale rateizzazione prevede e/o considerazioni sulla eccessiva quantificazione economica che non dovrebbero competere i funzionari tecnici che le norme le devono solo applicare.

Prendendo spunto da una richiesta informale di chiarimento pervenutami a mezzo mail, posto qui la risposta data sperando che possa essere utile:

".... omissis...

Facendo  solo brevi osservazioni preme evidenziare:

1.       Il Permesso di Costruire disciplinato all’art. 10 del D.P.R. 380/01 come titolo autorizzativo per opere a fare e ripreso dalla normativa regionale nella declinazione del suo procedimento istruttorio (artt. 33 e 38 della L.R. 12/05) è un procedimento edilizio diverso ed indipendente dal “permesso di costruire in sanatoria” (opere già eseguite) di cui alla Parte I, Titolo IV, Capo I del D.P.R. 380/01 e termine d’uso comune che riprende nella sola assonanza del nome  l’atto autorizzativo dell’art. 10 e di esclusiva competenza statale;

2.       Il “permesso in sanatoria” (questo il termine invero esatto al di fuori dell’uso comune e utilizzato anche dalle amministrazioni locali) trova la sua esclusiva disciplina nell’art. 36 del DPR 380/01 (“accertamento di conformità”);

3.       I due titoli sono autonomi e diversi tra loro e pertanto non possono automaticamente essere estese modalità di procedimento istruttorio da un procedimento all’altro. Si evidenzia, a titolo esemplificativo e chiarificatore, come nel caso di permesso di costruire viga il “silenzio assenso” (art. 20 comma 8 DPR 380/01), mentre il “permesso in sanatoria” resti uno dei pochi procedimenti in essere per il quale decorsi 60 giorni (termine temporale tra l’altro diverso dal P.d.C.) maturi automaticamente il “silenzio diniego”.

Pertanto non è possibile richiamare e mischiare disposizioni procedimentali di titoli per natura e disciplina diversi tra loro.

Secondariamente, requisito sine qua non ai fini del rilascio del “permesso di sanatoria” (“rilascio” da intendersi non solo come consegna fisica, bensì come emanazione e formazione del titolo) è l’avvenuto pagamento della oblazione (vedi art. 36 comma 2 del DPR 380/01). E’ pacifico che il permesso in sanatoria attinendo ad un insieme di opere (non potendosi espletare un artificioso frazionamento dell’intervento ai fini di una sua più conveniente classificazione per il Privato) necessita per il suo rilascio della avvenuta  totale corresponsione dell’importo di oblazione.

Pertanto l’avvenuto integrale pagamento legittima il rilascio del titolo sanante.

Non si esclude che qualche amministrazione locale abbia normato a livello regolamentare e in modo -  a giudizio dello scrivente -  non conforme alla normativa, la possibilità di rateizzazione anche del “permesso in sanatoria”, cosa non avvenuta nel Comune di XXXXXX, emanando (quindi e di fatto) titoli invero non legittimi in quanto attestanti l’avvenuta regolarizzazione degli abusi in assenza della sopra descritta condizione al rilascio della sanatoria.


Si ricorda altresì come il mancato pagamento dell’oblazione nei termini indicati nell’avviso, per quanto sopra, determini il mantenimento dell’abuso, con il conseguente rigetto della domanda di sanatoria e la riattivazione dei poteri sanzionatori anche a carattere repressivo in capo alla amministrazione competente ai sensi dei seguenti articoli da declinarsi in base alla tipologia degli interventi difformi realizzati:

·         DPR 380/01 – art. 37, comma 1;

·         DPR 380/01 – art. 31, comma 2;

·         DPR 380/01 – art. 33, comma 1;

·         DPR 380/01 – art. 34, comma 1;

·         DPR 380/01 – art. 35, comma 1;



Si ricorda che l’istanza di sanatoria è una possibilità data al Cittadino al fine di regolarizzare opere abusive dallo stesso realizzate o di proprietà del medesimo che può trovare applicazione in due casi:

1.       A seguito di ordinanza di demolizione, poiché il Legislatore ha dato la possibilità di regolarizzare abusi, purché dotati della “doppia conformità urbanistica” e non denunciati per non inveire eccessivamente sull’autore degli abusi e, soprattutto, sugli attuali proprietari a volte anche inconsapevoli, onde evitare che opere demolite e sanzionate debbano/possano poi essere ricostruite con le medesime fattezze;

2.       In modalità spontanea, quale anche autodenuncia, per i motivi più disparati, ove l’abuso non sia ancora noto alla Pubblica Amministrazione, e quindi nell’interesse del Privato (es. regolarizzazione per compravendita), con l’effetto di congelare momentaneamente l’attività sanzionatoria e repressiva della P.A. fino alla definizione del procedimento sanante.

Trattandosi di eventualità concessa rispetto a sanzioni ben più gravose (demolizione) si ritiene che il Legislatore non si sia addentrato su considerazioni di "convenienza economica" e "gravosità" della sanzione applicata che, tra l’altro, in quanto sanzione è calibrata sul consueto raddoppio dell’onere dovuto rispetto alle medesime opere realizzate in conformità alla disciplina vigente.

... omissis"

venerdì 25 novembre 2016

ONEROSA O NON ONEROSA? LA RISTRUTTURAZIONE: QUANDO LA GIURISPRUDENZA RISCRIVE LA LEGGE E QUANDO UNA EVENTUALE SENTENZA NEGATIVA POTREBBE ESSERE IN UN CERTO MODO UTILE


Con il passare del tempo si sta via via consolidando un particolare orientamento giurisprudenziale che di fatto rende non più onerose le opere edili classificabili come ristrutturazione edilizia ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. d) del D.P.R. 380/01 (almeno per quanto riguarda gli oneri di urbanizzazione primaria e quelli di urbanizzazione secondaria, quali componenti del “contributo di costruzione”), salvo rare eccezioni che si contano su poche dita di una mano.
A giudizio dello scrivente è possibile che a seguito della evoluzione normativa (ma forse sarebbe meglio parlare di “involuzione”) le interpretazioni dei tribunali amministrativi abbiano sconfinato nella modifica, se non addirittura nel ribaltamento delle effettive previsioni del legislatore.
Oltre alla logica declinata in lingua italiana, che nel caso di specie sembrerebbe in modo quasi paradossale quasi limpida, per capire il dettato normativo bisognerebbe contestualizzare le disposizioni nel periodo storico di emanazione. Va infatti ricordato che nell'anno di pubblicazione della legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 , Legge per il governo del territorio (di seguito “L.R. 12/05) era ormai consolidato un orientamento giurisprudenziale secondo il quale le “opere di ristrutturazione edilizia” dovevano essere distinte in pesanti” e “leggere”. Questa necessità derivava con molta probabilità dalla auspicabile separazione tra gli interventi che effettivamente portavano ad un edificio sostanzialmente “diverso dal precedente”, dalle altre opere di semplice modifica del prospetto (come ad esempio la trasformazione dei prospetti mediante ampliamento delle finestre in porta-finestra), che certa giurisprudenza ricollocava comunque nell'ambito della ristrutturazione edilizia.
Appare ancor oggi come nel secondo caso, statisticamente meno rilevante, fosse inopportuno accollare sul Privato un contributo di costruzione, ancorché già ridotto rispetto agli interventi di nuova costruzione.
Pertanto, in tale contesto, la L.R. 12/05 con il suo art. 43 (contributo di costruzione), comma 1, disponeva:
I titoli abilitativi per interventi di nuova costruzione, ampliamento di edifici esistenti e ristrutturazione edilizia sono soggetti alla corresponsione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, nonché del contributo sul costo di costruzione, in relazione alle destinazioni funzionali degli interventi stessi.
Di seguito il successivo art. 44 al comma 8 precisa(va) che “per gli interventi di ristrutturazione non comportanti demolizione e ricostruzione... gli oneri di urbanizzazione, se dovuti, sono riferiti...”.
Ora è evidente, per quanto sopra ed in ragione della struttura logica e linguistica della disposizione nonché del momento storico di emanazione della norma, che le opere in ristrutturazione sono (erano?) generalmente onerose, salvo alcuni casi (ristrutturazione leggera).
Purtroppo è probabile che con l'ampliamento indiscriminato dell'ambito di classificazione della ristrutturazione edilizia, in linea con il progressivo smantellamento di quell'equilibrio normativo - ancorché imperfetto - che era stato ottenuto con il testo unico dell'edilizia, le elucubrazioni quasi filosofiche dei giuristi sono diventate via via più sofisticate tirando in causa il principio del “carico urbanistico” in un modo, tra l'altro, abbastanza imperfetto, come si vedrà alla fine di questo articolo.
Attraverso il concetto di “carico urbanistico”, di fatto, gran parte degli interventi fino ad allora considerati “pesanti” sono stati ricondotti alla “ristrutturazione leggera”, con i ben noti effetti sull'azione amministrativa quali incertezza, contenziosi e possibili problemi di bilancio dell'Ente.
E' altresì evidente come dietro alla indotta ipertrofia dell'ambito di applicazione della ristrutturazione edilizia vi siano sempre stati interessi economici precisi e non ci si è nemmeno meravigliati quando la Regione Lombardia, dopo una frebbricitante e quasi arrogante attività legislativa, volta a stravolgere l'art. 3 del Decreto Presidenziale e i relativi limiti sulla “sagoma”, davanti all'ostacolo oramai insormontabile della Corte Costituzionale (sentenza 309 del 23/11/2011) concretizzatosi al termine dei continui “stop” dei vari tribunali amministrativi, ha semplicemente atteso che il Governo Letta modificasse la norma statale ricalcando i propri desiderata (vedi art. 30, comma1, lettera a), Legge n° 98 del 2013).
In forza di questo enorme potenziamento della “ristrutturazione edilizia” e della contestuale sfumatura dei suoi confini chiaramente delineati a suo tempo dai legislatori nazionale e regionale, il famigerato “carico urbanistico”, quale elemento discriminante di onerosità, si è via via concretizzato in un prevalente orientamento giurisprudenziale che, di fatto, ha riscritto a suo modo la norma, sostituendo il particolare al generale e il generico al dettaglio.
Valutando l'intervento in base al “carico urbanistico”, a pensarci bene, la ristrutturazione edilizia risulterebbe onerosa in pochissimi casi, ad esempio:
  1. ampliamento di S.L.P. e solo all'interno della sagoma (esempio: nuovo piano intermedio in capannone industriale o soppalco residenziale abitabile); infatti gli ampliamenti esterni (se non irrisori) ricadono tra gli interventi di nuova costruzione per espressa previsione della lettera e) delle norme sopra citate;
  2. frazionamento di immobile con conseguente incremento del carico urbanistico (esempio: un capannone suddiviso in lotti funzionalmente autonomi e indipendenti per micro attività o la realizzazione di mini appartamenti da u.i. di ampie dimensioni – vedi C.d.S. 2838 del 17/05/2012 e TAR Lombardia 2391 del 30/10/2013);
Siamo addirittura arrivati al punto in cui i Giudici Piemontesi, in questa specie di “gara al ribasso” hanno stabilito che la “demolizione e ricostruzione” con il solo mantenimento del volume preesistente non incide sul carico urbanistico e pertanto è gratuita (!) (ad esempio: sentenza del 13 dicembre 2013, n. 1346).
E' evidente che per avvalorare la tesi attualmente sostenuta dai Tribunali la normativa avrebbe dovuto invero essere scritta nella seguente formula, diametralmente ribaltata:
I titoli abilitativi per interventi di nuova costruzione, ampliamento di edifici esistenti e ristrutturazione edilizia incidente sul carico urbanistico sono soggetti alla corresponsione degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, nonché del contributo sul costo di costruzione, in relazione alle destinazioni funzionali degli interventi stessi.”...per gli interventi di ristrutturazione non comportanti demolizione e ricostruzione... gli oneri di urbanizzazione non sono dovuti, se non incidenti sul carico urbanistico, e sono riferiti...”.

Tuttavia la rigida lettura ricollegata al “carico urbanistico” si auto-cortocircuita da sé laddove la Giurisprudenza attribuisce, ad esempio, una onerosità diffusa, ancorché in regime ridotto, all'intero intervento edilizio, sebbene l'incidenza urbanistica risulti determinata da una sola componente di quell'insieme di opere che porta ad un edificio in parte diverso dall'esistente. Basta quindi la presenza di una incidenza urbanistica parziale nell'intervento in progetto per legittimare l'attribuzione degli oneri tabellari all'intero immobile (fatta salva la possibilità in Lombardia di utilizzare il volume virtuale e la superficie virtuale derivanti dal computo metrico estimativo).
Per fare un esempio pratico ricadrebbe nella “ristrutturazione pesante onerosa” l'ampliamento di SLP all'interno della sagoma ed altre opere interne di diversa distribuzione in un capannone per il quale gli oneri tabellari dovrebbero essere applicati all'intera unità immobiliare interessata.
Ma se poi quello che conta è il carico urbanistico in ragione del principio di compartecipazione del Privato ai costi delle opere di urbanizzazione a servizio della Collettività, perché mail la S.L.P. aggiunta (es. un nuovo appartamento, con nuovi utenti e relativa esigenza di implementazione dei servizi per il nuovo nucleo familiare) dovrebbe godere di uno “sconto” al 60% riversando sulla Collettività il costo del rimanente 40%?
Allora, se si vuole seguire coerentemente la logica abbracciata si dovrebbe affermare che per gli interventi di ristrutturazione edilizia è dovuto il contributo di costruzione in forma piena e senza le previste riduzioni, quantificato però in base ai soli metri quadri di S.L.P. aggiunta o metri cubi di Volume incrementato. Ovviamente, per quanto limpidamente coerente, ciò evidenzierebbe in modo incontrovertibile la deformazione data al disposto normativo e la riscrittura per sentenze della Legge.
Resta poi un altro aspetto molto delicato che, di fatto, è uno dei nervi scoperti della L.R. 12/05.
Partendo dal presupposto che gli oneri di urbanizzazione sono strettamente connessi ad opere “a fare” e di “dotazione” necessarie per il vivere civile e sociale della Cittadinanza, escludendo di fatto una possibile contribuzione a fini “manutentivi” delle urbanizzazioni esistenti, preme evidenziare due aspetti che possono stimolare ulteriori livelli di riflessione:
  1. E' oramai orientamento giurisprudenziale granitico l'assoggettamento alla corresponsione secondo i valori tabellari dell'Ente nel caso di interventi di nuova costruzione, anche per titolo diretto, in assenza di pianificazione e ancorché ricadenti nel tessuto consolidato già sufficientemente dotato di infrastrutture e servizi. Quindi il principio di compartecipazione alla spesa delle opere riconnesse all'immobile di proprietà si estende ad un rapporto più generalizzato che abbraccia la Collettività e non il caso singolo;
  2. Non pare eticamente assurdo e riprovevole pensare che in caso di un intervento edilizio economicamente significativo - eccedente la manutenzione straordinaria e gli altri interventi a carattere conservativo - il Privato possa partecipare, in percentuale sensibilmente ridotta (40%), ai costi di mantenimento in efficienza e di necessaria implementazione di opere e servizi; penso ad esempio, all'incremento demografico e ai conseguenti aumenti di “portata”, delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.
Ovviamente qualcuno dirà che il secondo punto travisa la natura degli oneri urbanistici e sconfinerebbe inevitabilmente nell'eccesso di potere vessatorio della Pubblica Amministrazione nei confronti dei soggetti Privati in quanto le “opere a manutenere” non possono essere ricollegate agli oneri urbanistici. Perfetto! 
Allora, in nome della necessaria coerenza e della corretta azione amministrativa qualche tribunale dovrebbe finalmente sottoporre al vaglio del Giudice Costituzionale la legittimità della particolare previsione lombarda che all'art. 73 della L.R. 12/05, esautorando in parte i poteri decisori dei Comuni, ha obbligato quest'ultimi a destinare una quota degli oneri di urbanizzazione secondaria (8%) al finanziamento di attrezzature religiose e, guarda guarda, anche e principalmente per opere di... indovinate? Ma certo! …. opere di manutenzione edilizia degli edifici di culto esistenti. Quindi in uno Stato (ancora) laico gli Enti di culto possono godere di una deroga mai scritta, mentre i Comuni non possono utilizzare allo stesso modo la rimanente quota di fondi non forzosamente sottratti ?
A fronte di quanto sopra descritto e della relativa area di incertezza nella quale gli organi politici, ma soprattutto i funzionari pubblici, devono muoversi con cautela, non bisogna infine dimenticarsi di altri pericoli e criticità che ben conosciamo.
Il primo, immagino pienamente condiviso tra parte politica e parte tecnica, riguarda gli effetti del nuovo regime di gratuità della ristrutturazione edilizia sui bilanci dei Comuni. In questo periodo di crisi economica, in presenza di una asfittica attività edilizia e di necessità pressante di riduzione del consumo del suolo, le opere di ristrutturazione sono quelle che spesso danno un po' di ossigeno al bilancio dell'ente.
Il secondo riguarda la principale fonte di preoccupazione dei funzionari e degli organi politici della P.A., ossia la Magistratura Contabile. Spesso però il terrore per la Corte dei Conti non deriva da conduzioni poco limpide della cosa pubblica, ma dalla non univocità delle sentenze dai toni quasi apocalittici, ma anche dagli esiti delle stesse tra loro diametralmente opposti, nonché dalla già sperimentata opposta visione delle diverse magistrature (contabile – amministrativa) sulle medesime problematiche, tutti elementi che, di fatto, paralizzano l'azione amministrativa.
Quindi, per tirare le somme, si può dire che davanti alla possibile necessità di doversi giustificare per un mancato incasso e per aver, a mio avviso, discrezionalmente abbracciato un orientamento giurisprudenziale (che non “fa” mai “legge”, ma soprattutto non dovrebbe riscriverla), l'aver anche perso un ricorso di secondo grado in merito alla problematica qui trattata costituisce giustificherebbe appieno la resa al nuovo regime economico imposto e, soprattutto, il mancato introito nelle casse del Comune.
Del resto i benefici economici derivanti dagli interventi di ristrutturazione giustificano sempre una prima opposizione in sede di giudizio (anche di secondo grado) e nel frattempo si può preparare una bella cornice da installare dietro alla scrivania, perché anche in caso di una debacle, la sentenza lì inserita attesterà che tutto quello che si poteva fare è stato fatto, soprattutto nell'interesse della Cittadinanza che usufruisce di opere e servizi grazie proprio a quegli oneri.



giovedì 25 agosto 2016

La sanzione di mancata fine lavori e collaudo anche per la SCIA?

In regime di DIA, al completamento delle opere, fin dal 2004 è sempre stato previsto l’obbligo per il progettista (o altro tecnico incaricato) di depositare il collaudo finale e la documentazione di rito prevista dalla normativa vigente (es. comunicazione di fine lavori, variazione catastale, APE, Db topografico).

L’art. 23 (L-R), comma 7 del D.P.R. 380/01, disapplicato in Lombardia per l’art. 103, comma 1 della L.R. 12/05, è stato di fatto pienamente riconfermato dalla norma regionale al comma 14 dell’art. 42, la quale ha anche aggiunto la previsione dell’Attestato di Prestazione Energetica e degli elaborati di aggiornamento del database topografico.

Entrambe le disposizioni hanno sempre previsto una sanzione per il mancato deposito della fine lavori e della documentazione prevista agli articoli sopra menzionati. La locuzione “in assenza di tale documentazione” lascia presupporre che sia sanzionabile l’omissione anche di uno solo dei documenti obbligatori previsti dalla specifica disciplina.

La sanzione viene comminata al progettista-direttore dei lavori che nella DIA era previsto come figura unica, ancorché negli effettivi depositi delle pratiche non mancano casi di sdoppiamento dei ruoli.
In tali frangenti si ritiene che la sanzione possa essere irrogata in solido, perché se da un lato la norma richiama espressamente la figura del progettista, è dall’altro pacifico che la verifica dell’ultimazione dei lavori e il collaudo finale spetti più propriamente al direttore lavori. Questo problema, come già evidenziato, emerge solo in caso di "sdoppiamento" del tecnico.

La sanzione è quantificata in misura fissa pari a € 516,00.

Sembrerebbe che molte amministrazioni disapplichino la norma rischiando, a giudizio dello scrivente, di incorrere in mancati incassi e quel che ne segue, oltre a non dar seguito ad una specifica disposizione di legge.

Il problema si manifesta solitamente allo scadere dei termini di validità del titolo, decorsi cioè tre anni dalla comunicazione di inizio lavori, quando solitamente le pratiche vengono spostate dagli uffici tecnici all’archivio centrale dell’Ente.

L’assenza della comunicazione di fine lavori potrebbe però essere dovuta anche ad altre cause (che invero sarebbe sempre opportuno comunicare preventivamente al Comune) quali, ad esempio:

  • mancata esecuzione effettiva di tutti i lavori (per volontà del committente, fallimento ditta, problemi economici, ecc.). In questi frangenti manca solitamente anche la comunicazione di inizio lavori e di fatto la pratica risulterebbe già inefficace al passare della prima annualità dalla formazione del titolo;
  • mancato completamento dei lavori, motivo per il quale le opere di completamento sarebbero assoggettate a successivo titolo edilizio calibrato sulla classificazione delle stesse. E’ pacifico che in tale caso non sarebbe possibile al professionista privato rilasciare il collaudo amministrativo e l’asseverazione di corretta esecuzione delle opere in progetto;
  • avvenuta remissione dell’incarico del progettista/direttore lavori che avrebbe dovuto però essere stata prontamente comunicata al Comune.

Per tale motivo si suggerisce, prima di applicare la sanzione del comma 14, di inviare una comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 e seguenti ex  L. 241/1990 con la quale invitare, in ragione di un rapporto di leale collaborazione tra l’ente e i Cittadini/Professionisti, a presentare osservazioni o eventuali documenti che permettano di definire l'effettiva situazione.

Per quanto riguarda poi l’applicazione della sanzione anche al nuovo regime di SCIA - che ha integralmente sostituito la DIA ex art. 22, commi 1 e 2 – occorre approfondire la problematica sotto un profilo logico ed uno strettamente normativo, per cercare di fare chiarezza all’interno di una tra le più pasticciate ed indigeste disposizioni normative.

Per il primo aspetto è pacifico che interventi edilizi, anche di impatto significativo, assentiti con un procedimento a valenza autocertificativa, non possano avere una validità a tempo indeterminato, non possano inoltre rimanere privi di una fine lavori e di un collaudo amministrativo della conformità rispetto a quanto assentito con il progetto a suo tempo depositato.

Per il secondo aspetto, chi scrive era tra quelli che sostenevano la non applicabilità della SCIA alla DIA edilizia, in sostituzione di quest'ultima, in ragione della sua attinenza alla Dichiarazione di Inizio Attività [Produttiva] – DIA(P) e della natura di legge speciale del D.P.R. 380/01 nel quale l’acronimo DIA indicava una Denuncia di Inizio Attività [Edilizia].

Non si condivideva, proprio per quanto sopra, nemmeno la circolare del Ministero della Semplificazione del 16/09/2010 che affermava:

In primo luogo, assume rilievo l’argomento letterale, giacché, ai sensi del comma 4 – ter dell’articolo 49 della legge n. 122 del 2010, le espressioni “segnalazione certificata di inizio attività” e “Scia” sostituiscono, rispettivamente, quelle di “dichiarazione di inizio attività” e “Dia”, “ovunque ricorrano anche come parte di un’espressione più ampia”, sia nelle normative statali che in quelle regionali. Il medesimo comma stabilisce, altresì, che la disciplina della Scia contenuta nel novellato articolo 19 della legge n. 241 del 1990 “sostituisce direttamente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, quella della dichiarazione di inizio attività recata da ogni normativa statale e regionale”.

Tuttavia, col decorrere del tempo la nostra interpretazione, condivisa anche da giuristi e avvocati di rilievo, ha acquisito una posizione sempre più minoritaria, nella nevrotica spinta verso una finta semplificazione basata su tempi ridotti, ma priva di certezze.

Su tale fronte erano stati emanati il comunicato della Direzione Generale Territorio regionale del 08/10/10,  la Circolare regionale 21 marzo 2011, n. 3 e il D.L. n° 70 del 13/05/2011 convertito nella L. 106 del 12/07/2011, che equiparavano nella sostanza la “dichiarazione” alla “denuncia” e legittimavano l’estensione dell’ambito di applicazione della SCIA all’edilizia in sostituzione del previgente regime di DIA.

La Corte Costituzionale ha posto sulla questione una pietra tombale, con un colpo di scena, con la sentenza n° 164 del 27/06/2012, sancendo di fatto l’equivalenza della DIA(P)  con la DIA(E) nella loro sostituzione con la SCIA e quindi legittimando le previsioni in senso esteso della L. 122/2010 secondo le quali in ogni normativa statale e/o regionale ove è scritto DIA si deve intendere SCIA, salvo ovviamente le specifiche previsioni di dettaglio disciplinate all’art. 19 della L. 241/1990. Tale sentenza ha anche confermato l’incomprensibile riduzione dei tempi istruttori per le attività edilizie (da 60 a 30 gg.) come se avviare una cartoleria fosse più complesso che ristrutturare una villetta.

Per tale ragione, fatta salva l’applicazione dell’art. 19, comma 3 della L. 241/1990, la SCIA edilizia, per tutti i rimanenti aspetti, anche procedurali, segue la previgente disciplina della DIA, con i risvolti e le conseguenze anche in caso di mancata comunicazione della fine dei lavori e mancato deposito della prevista documentazione di corredo.

Appare quindi legittimo, salvo eventuali futuri divergenti orientamenti giurisprudenziali, applicare anche per la SCIA l’art. 42, comma 14 della L.R. 12/05, oltre ad assegnare alla stessa una durata di anni tre dalla formazione del titolo, generalmente coincidente con l’atto di deposito (fatte salve altre pasticciate operate nei modelli “unificati”).

lunedì 15 agosto 2016

L'Agenzia delle Entrate torna all'attacco e fa la voce grossa con i Comuni



A Ottobre del 2013 avevo già espresso alcune perplessità sul protocollo d'intesa che l'Agenzia delle Entrate aveva inviato a tutti i Comuni Lombardi ai fini della sua sottoscrizione e con il quale ci si impegnava a versare fino al 50% degli importi introiettati sul bilancio comunale come sanzioni ai sensi degli articoli 31-37 del D.P.R. 380/01. Il post lo trovate qui. 
In questi giorni è pervenuto a molti Comuni un sollecito "minaccioso", giustificato probabilmente dallo scarso seguito ottenuto col primo invito.
Probabilmente gli Enti locali non avevano visto di buon occhio il vedersi sottrarre la metà delle sanzioni riscosse (che in questo periodo di "vacche magre" non fanno di certo schifo), anche perché non era e non è ancora chiaro quali risvolti possano avere nella giurisprudenza contabile queste modalità di autonomo parziale trasferimento degli incassi di spettanza comunale (perché così è scritto del Testo Unico), all'Agenzia per lo svolgimento di una attività che invero spetterebbe ad essa per esplicita previsione normativa.
Come già annotato in calce al primo intervento, la Corte dei Conti della Regione Lombardia si è abilmente "sfilata" con il suo parere n° 201 del 08/05/2013, lasciando i Comuni nella piena incertezza.
La comunicazione 22078/16 del 27/07/2016 inviata a molti Comuni della Provincia di Milano e di Monza Brianza (n.d.r. esistono ancora le Province?) ha un incipit tonante: "Il Consiglio di Stato, con le sentenze n° 3512/2013 e 3514/2013 ha riconosciuto l'obbligatorietà dei Comuni del rimborso dei costi sostenuti dall'Agenzia delle Entrate per le valutazione" (ehm!) "relative ad illeciti edilizi". Per carità la cosa non sarebbe poi così male... con una sentenza del C.d.S. in mano (anzi addirittura due!) qualsiasi funzionario si sentirebbe un po' più rassicurato nel dar seguito ai desiderata della Agenzia, senza il sacro timore di poter incorrere nelle pene inflitte dalla Corte dei Conti (anche se non sempre si è mostrata in linea con l'orientamento dei tribunali amministrativi).
Se però qualcuno avesse la cortesia di linkarci le sentenze ne saremmo grati. 
Sì, perché a seguito di questo anatema in premessa sarebbe stato opportuno almeno allegare le citate sentenze che, probabilmente per nostra imperizia, non siamo riusciti a recuperare.
Strano è che al numero 3512/2013 si trova un "parere" e non una sentenza, con l'evidente diverso valore dello stesso, anche ai fini delle necessarie rassicurazioni sopra descritte. Non vorremmo quindi pensare male per questa svista e mancata allegazione.
Inoltre, magari anche qui si sbaglia, i "protocolli di intesa" non dovrebbero essere atti d'obbligazione unilaterale come sembra quello che, già predisposto in tutti i dettagli, viene presentato (imposto?) agli Enti chiedendo di firmarlo per accettazione così come è.
Insomma la questione non sembra essere stata ancora risolta in modo limpido e come sempre i funzionari dei Comuni sono lasciati nell'alea dell'incertezza, tra l'incudine e il martello, tra un mero parere del tribunale amministrativo e lo spettro dell'autorità contabile.
Forse fino a quando non vi sarà una sentenza definitiva (che dovrebbe essere citata dall'Agenzia) il dubbio rimarrà.